
L’embedding di materiale coperto da diritti d’autore non è reato. Lo ha decretato con una sentenza che potrebbe fare storia la settima corte d’appello degli Stati Uniti, nella persona del giudice Richard Posner, che ha ribaltato il verdetto di un tribunale inferiore.
Il caso vedeva opposti la casa di produzione di film a luci rosse Flava Works al sito myVidster.com. Marques Gunter, unico proprietario del sito in questione, era stato l’anno scorso oggetto di un’ingiunzione preliminare da parte del giudice John F. Grady per aver consentito la condivisione in embedding da parte dei propri utenti di alcuni filmati coperti da copyright della suddetta casa di produzione.
‘C’è ampia evidenza che, dopo aver ricevuto le notifiche della DCMA (la SIAE americana, ndr) l’imputato non agì per prevenire la pubblicazione di simili contenuti in violazione del diritto d’autore,’ scrisse all’epoca Grady nel suo memorandum. L’attuale legge federale americana dell’Online Copyright Infringment Liability Limitation Act, infatti, protegge i provider di servizi online come Gunter da conseguenze legali solo quando possono dimostrare di aver intrapreso le necessarie azioni di contrasto.
Ad aprile, anche la Motion Picture Association of America espresse il proprio sostegno alla Flava Works: ‘Invece di scoraggiare la violazione,’ scrisse, ‘myVidster pubblicizzava la disponibilità di materiale coperto da copyright, compresi i film più famosi.’. Tuttavia, molti giganti del web si sono invece schierati a difesa di myVidster. Google e Facebook, in primis, temevano che la sentenza di Grady avrebbe potuto mettere in difficoltà i loro siti nel caso in cui fosse stato decretato che l’embedding di materiale coperto da copyright fosse da considerarsi illegale: un’eventualità che avrebbe trascinato in tribunale centinaia tra i più grandi siti del mondo, a partire da YouTube.
Il giudice Richard Posner, però, ha fatto valere le ragioni della libertà del web, decretando che i veri responsabili della violazione del diritto d’autore sarebbero gli iscritti a RedTube, il sito dove i video controversi sono stati fisicamente caricati. Nel suo verdetto, a nome dei tre giudici della corte espressisi all’unanimità, Posner ha scritto che myVidster ‘non ha modificato il flusso dei dati’ e che inoltre ‘non incoraggiava la condivisione di tali contenuti’. ‘MyVidster si è limitata a dare ai navigatori una lista di indirizzi web dove potevano trovare contenuti di intrattenimento,’ ha scritto Posner. ‘Se una rivista dà il nome e l’indirizzo dei teatri in cui vengono eseguite alcune opere, non sta violando un copyright. MyVidster non fa nulla di diverso.’
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