
Google, il motore di ricerca più grande del mondo, ha pubblicato il suo rapporto biennale Global Transparency Report, uno studio che rende pubblico il numero, la geolocalizzazione e il tipo delle richieste di rimozione di contenuti che ha ricevuto da vari governi. Il rapporto sottolinea che il numero di richieste ricevute dai governi nella seconda metà dell’anno passato è aumentato bruscamente da un totale di oltre mille fino a circa 12mila.
Tra queste, si segnalano 461 ordini del tribunale che hanno richiesto la rimozione di 6.989 elementi e 546 richieste informali, come telefonate da parte di ufficiali di polizia, che hanno chiesto la rimozione di 4.925 contenuti. L’azienda ha accettato circa il 54% di queste richieste. Gli scandali che hanno coinvolto Google e i social network come Twitter o Facebook da un lato e vari governi dall’altro sono finiti sui giornali di tutto il mondo piuttosto recentemente.
Ma l’aspetto interessante in questo caso è il fatto che i leader della censura non sono le nazioni che ci si aspetterebbe, ma piuttosto i cosiddetti ‘campioni della libertà di parola’, tra cui gli stessi Stati Uniti, che in questa speciale classifica giungono al secondo posto alle spalle del solo Brasile.
Seguono, in termini di ordini del tribunale, Germania, Argentina, Turchia e la nostra Italia, davanti alla Spagna, mentre in termini di richieste informali (originate da poteri esecutivi, polizia ecc. invece che dai tribunali) l’ovvio leader è l’India, dove il numero di queste richieste è cresciuto del 49% solo nella seconda metà dell’anno scorso. Ciò che l’azienda trova strano, insomma, è il fatto che la censura e la restrizione della cosiddetta ‘libertà d’espressione’ in Occidente giungono proprio da nazioni del ‘mondo libero’.
Infatti, nazioni come Cina e Iran, dove i siti web sono bloccati direttamente senza inviare richieste di rimozione all’azienda, sono state escluse dal rapporto. Le ragioni per gli ordini del tribunale e le richieste informali per rimuovere questo o quel contenuto dalla rete differiscono di nazione in nazione. Altrettanto, anche l’atteggiamento di Google verso queste richieste differisce nei vari paesi.
Per esempio, il Wall Street Journal americano trova sorprendente che ‘Google si adatti a leggi che sarebbero impensabili negli Stati Uniti e in altre nazioni che garantiscono la protezione della libertà di parola. Un esempio è la Thailandia, dove Google rimuove i video di YouTube che insultano la monarchia.’
Come l’analista senior di Google, Dorothy Chou, ha scritto in un post sul suo blog: ‘Purtroppo, quel che abbiamo visto negli ultimi due anni è stato fastidioso e oggi le cose non vanno diversamente. Quando abbiamo iniziato a rilasciare questi dati, nel 2001, abbiamo notato che le agenzie governative da diverse azioni a volte ci chiedevano di rimuovere i contenuti politici che i nostri utenti avevano postato nei nostri servizi. Speravamo che questa fosse un’aberrazione, ma ora sappiamo che non è così.’
Condividi questo articolo con i tuoi amici di Facebook